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lunedì 26 marzo 2018

Kinney, affascinante Schiappa napoletano


Kinney, affascinante Schiappa napoletano

Autore, mi piacerebbe anche musical


(ANSA) - ROMA, 26 MAR - Ve lo immaginate Greg scugnizzo? E' quello che accade in 'O Diario 'E Nu Maccarone' (Il Castoro) , l'edizione di 'Diario di una Schiappa in napoletano', nella traduzione di Francesco Durante, presentata in anteprima nel giorno d'apertura della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna con ospite speciale Jeff Kinney, il traduttore e sorpresa finale con l'arrivo del pupazzone de La Schiappa.
    "Sono stato estremamente sorpreso da tutta questa operazione.
    Non conoscevo assolutamente il napoletano come lingua o dialetto, conoscevo la regione di Napoli, ma non l'aspetto linguistico e devo dire che tutto questo per me si sta trasformando in una grande esperienza di apprendimento, molto affascinate" ha detto Kinney all'ANSA. "Io il mondo lo scopro attraverso e grazie a Diario di una Schiappa. Sono esposto a una serie di situazioni e di luoghi a cui non sarei mai arrivato se non avessi scritto questo libro. E quindi mi sto rendendo conto di quanto sia ignorante e spero che la Schiappa mi renda più acculturato" dice.
    "C'è un musical realizzato negli Stati Uniti che, in tutto l'universo legato al Diario di una Schiappa, è la cosa che mi piace di più. Spero che viaggi tanto e che prima o poi approdi a Broadway e da lì magari nel mondo e, chi lo sa, arrivi in Italia e possa diventare un musical cantato in napoletano" aggiunge Kinney che con la Schiappa ha venduto nel mondo 200 milioni di copie e ha avuto 55 traduzioni, compreso il latino.

Valeria Favorito: 'Fabrizio Frizzi mi donò il midollo, lo volevo al mio matrimonio'


Valeria Favorito: 'Fabrizio Frizzi mi donò il midollo, lo volevo al mio matrimonio'

Il medico che lo seguì: 'Salvò la vita alla nostra paziente, tra loro un legame mai interrotto'


"Ero andata a Roma qualche giorno fa per portargli di persona il mio invito di nozze, volevo che lui fosse il mio testimone. Mi disse: se le mie forze me lo consentiranno, oggi sto bene, domani non so". Lo racconta all'ANSA Valeria Favorito, la veronese di 30 anni alla quale Frizzi donò il midollo osseo nel 2000 mentre stava girando una fiction, salvandole la vita.
"Ho perso un fratello - continua Valeria tra le lacrime - una persona a cui tenevo tantissimo". La donna racconta di aver saputo che era stato Frizzi il suo donatore sentendoglielo riferire in televisione. "Dopo l'intervento - aggiunge - ci siamo visti un sacco di volte".
Il medico che eseguì il trapianto: "Frizzi donò midollo e poi tornò al lavoro" - Il donatore c'era ma il trapianto veniva rimandato perché Fabrizio Frizzi era troppo impegnato nella registrazione di una fiction. Lo ricorda il dott. Fabio Benedetti del Reparto di Trapianto del midollo ed ematologia del Policlinico di Verona, il medico che ha eseguito il trapianto del midollo di Fabrizio Frizzi a Valeria Favorito, allora una bimba malata di leucemia. "Lei era giunta da noi da pediatria - ricorda Benedetti - ed era in condizioni gravissime. Tramite il sistema di donazione nazionale sapevamo che c'era un donatore compatibile ma da Roma non arrivavano risposte perché era sempre impegnato e così mi sono impuntato e ho fatto di tutto per accelerare i tempi". "Frizzi - racconta - quando ha saputo del caso di Valeria è stato grande: anziché seguire la prassi, rinunciando in parte anche alla privacy, anziché i cinque giorni di ricovero tra prelievo e post intervento si è preso solo 48 ore per procedere con la donazione". "Ha donato a Roma ed è tornato immediatamente a lavorare - prosegue - e noi, caso unico nella nostra storia che conta centinaia e centinaia di trapianti, abbiamo fatto l'intervento di domenica". Poi Valeria, guardando la televisione, ha scoperto che quel midollo che le aveva salvato la vita era di Frizzi. "Lo ha raggiunto a bordo campo del 'Bentegodi', lo stadio di Verona, durante una 'Partita del cuore' - ricorda Benedetti - è lì si sono abbracciati tra le lacrime. Non si staccavano più l'uno dall'altra". "Frizzi - aggiunge - è tornato più volte a Verona. Un altro bel momento è stato per i 18 anni di Valeria. Tutti in un locale del centro a festeggiarla e c'era anche lui, quello che lei chiamava il suo fratello più grande, mentre per Frizzi lei era la sorellina".
Unitalsi: 'Buon pellegrinaggio Fabrizio, uomo generoso' - Fabrizio Frizzi è testimonial dell'Unitalsi fin dal 2001 ed ha prestato il suo volto e la sua disponibilità per la Giornata nazionale, l'evento più importante che l'Associazione organizza ogni anno e che coinvolge migliaia di volontari e ammalati in tutta Italia. Per anni ha partecipato a diversi pellegrinaggi verso Lourdes. "Ci ha lasciato un amico, un professionista, un pezzo della storia del piccolo schermo. Ma ci ha lasciato anche un volontario, una persona scrupolosa e attenta ai bisogni dell'altro, che sa chinarsi verso chi è in difficoltà, senza nessuna forma di pietismo ma solo e sempre con il suo grande sorriso", ha detto il presidente dell'Unitalsi Antonio Diella che da più dieci anni ha condiviso con Fabrizio tanti pellegrinaggi verso Lourdes e tante serate in favore dei bambini e degli ammalati dell'Unitalsi.
"Di Fabrizio mi ha sempre colpito la sua estrema gentilezza, quella sua affabilità che insieme al suo sorriso sapeva conquistarti. Mai un no, mai un 'non posso', sempre disponibile a partire per abbracciare i bambini e le persone che soffrivano. Ci mancherà una persona veramente speciale". "Fabrizio è stato un amico fraterno, una persona umile, generosa non si sottraeva mai a nessuno, aveva sempre tempo per una parola e un abbraccio per tutti", ricorda, Massimiliano Fiore dell'ufficio stampa Unitalsi. "In uno dei suoi ultimi spot, che Fabrizio ha registrato per l'Unitalsi, parlò proprio della sua esperienza nel conoscere la malattia dei nostri soci disabili e ha più volte confidato che sono stati sempre loro i veri portatori di quel messaggio di speranza e di gioia per la vita, capaci di trasmettergli la voglia di lottare, di avere coraggio e di non abbandonare mai la speranza".

martedì 10 giugno 2014

Ha 2 anni ed è il re del blues

Ha 2 anni ed è il re del blues

Questo bambino ha solo 2 anni ma sembra già essere un vero talento del blues. La tecnica va perfezionata ma ci siamo quasi!

impressionante illusione in diretta

impressionante illusione in diretta

Durante la trasmissione televisiva America's Got Talent, un illusionista che sembra goffo stupisce tutto il pubblico ed i giudici.

Malattia rara trasforma cibo in alcol

Malattia rara trasforma cibo in alcol

Matthew è affetto da un'assurda e rara malattia: il cibo che mangia viene trasformato il alcol!
Malattia rara trasforma cibo in alcol
Ci sono al mondo malattie davvero assurde ed incredibili, che provocano condizioni inimmaginabili. Una di queste affligge da quanto è nato il 34enne Matthew Hogg.

La sua rara condizione è davvero singolare: ogni volta che mangia qualcosa che contiene zuccheri o amidi, il suo stomaco trasforma tutto in alcol che entra in circolo nel sangue e loubriaca di continuo.
Per alcuni dal drink facile potrebbe sembrare un sogno, ma in realtà è un vero e proprio incubo. "Sono tantissime le volte in cui mi sono ritrovato ubriaco senza aver toccato alcuna bevanda alcolica. Accade ogni volta che mangio pane, riso con amido o patate" racconta Matthew in una intervista.

La sua malattia, diagnosticata solo in età adulta, è legata ad alcuni microorganismi che popolano il suo intestino. Per poter condurre una vita in qualche modo normale, l'uomo deve attenersi ad una ferrea dieta composta solo da verdura, carne e pesce.
Mercoledì 4 Giugno 2014, di Fabio Liggeri

domenica 18 maggio 2014

Donne come prede, oggi come 70 anni fa

di Gigi Di Fiore

Donne come prede, oggi come 70 anni fa

Monta l'emozione, moltiplicata dalla immagini televisive che ottengono più di mille scritti, sul rapimento delle ragazze del villaggio di Chibok in Nigeria. Fanno il paio con la protesta delle donne iraniane, che su Facebook si fotografano con i capelli al vento, senza burka.

Fa strano che, in queste ore, si ritorni a parlare della "questione femminile". Fa strano perché il nuovo dibattito arriva a 70 anni dal dramma che, da noi, coinvolse, come vittime, qualcosa come 60mila donne. Già, molte di più delle donne nigeriane. Al pari delle donne violate in Bosnia dalle milizie serbe, o da quelle massacrate in Ruanda. Settanta anni fa, come dire Ciociaria; come dire, con un neologismo tanto brutto quanto efficace, "marocchinate".

Si chiede sensibilità nei confronti delle donne, gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione - dai social network, ai video postati in Rete - rendono più efficaci i richiami. E qualcuno come Adriano Sofri può scrivere che "è in  atto nel mondo una guerra di liberazione delle donne".

Rimbalzano termini come liberazione e donne. Sono gli stessi di quel nostro dramma di 70 anni fa. Era proprio questo mese, maggio; era una guerra di liberazione, quella dal nazi-fascismo, cui contribuirono con il loro sangue anche le truppe coloniali francesi.

Quegli uomini, incoraggiati dai loro ciechi ufficiali, considerarono la gente che liberavano, gli italiani della Ciociaria, come delle prede. Bottino, a ricompensa dei loro morti sul sanguinoso fronte di Cassino, dove per sei mesi si tenne la madre di tutte le battaglie in Italia.

Su quelle vicende, in Francia il segreto di Stato sarà rimosso solo nel 2047. Eppure, il colonnello Jean Louis Mourrut, nel 1994 responsabile dell'Ufficio storico dell'Armée, raccontò che "i comandanti erano riluttanti a inserire quegli episodi nei rapporti, per non confessare di aver perso il controllo della truppa. E poi temevano ripercussioni sul morale dei soldati".

Donne stuprate, i pochi uomini che tentatoro di difenderle vennero violentati o uccisi. Poi, seguirono furti. Paesi come Esperia, Lenola, Castro dei Volsci e tanti altri divennero luoghi di memoria della Ciociaria violata. Vennero presentate 60mila denunce, in almeno 12mila casi erano assai bene documentate, ammise il colonnello Mourrut. Alla fine, solo 5mila denunce furono accolte e appena 3800 donne vennero risarcite.

Una beffa, per chi aspettava i liberatori e incontrò i propri aguzzini. All'Assemblea Costituente, un'altra donna, la comunista Maria Maddalena Rossi, sollevò la questione allora assai difficile da esaminare. L'Italia doveva farsi perdonare la guerra al fianco della Germania, doveva farsi accettare dalla comunità internazionale. E quelle donne - tante rimaste contagiate da malattie veneree, tante rimaste incinte - furono in gran parte lasciate al loro destino di vergogna, omissioni e reticenze.

Ecco, in questi giorni di grandi solidarietà internazionali alla ragazze nigeriane, di indignazioni, non sarebbe sbagliato ricordare quelle nostre donne. Lo fece, dieci anni fa, il presidente Carlo Azeglio Ciampi, riconoscendo a molti dei comuni colpiti la medaglia al valore civile. Donne come prede, 70 anni fa come oggi. Solo nel 2008, l'Onu riconobbe lo stupro dei soldati sulle donne di un Paese sconfitto, un crimine di guerra. Le 60mila ciociare non hanno potuto gioirne. 
Pubblicato il 13 Maggio 2014 alle 17:19
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